Día 2: Phnom Penh (parte 1)

Alle 9.30 eravamo in marcia. La valigia non era ancora arrivata cosicché sono stata per oggi il Mini-Me di Antonio cosa che ha degli aspetti non indifferenti di praticità. 

Il primo impatto è come uno schiaffo in faccia. La città ha una pianificazione urbanistica ma non ha “forma”. La maggior parte degli abitanti vive in edifici di 2-3-4 piani simili ad alveari. Al piano terra negozi di vario genere e al primo e secondo piano appartamenti. Non mancano mai i balconi, hanno quasi tutti una grande porta finestra con inferiate e superiormente delle mini aperture per l’aria. Affianco a questi edifici modesti ci sono i palazzoni degli hotel, alti, in calcestruzzo. Poi ci sono i jolly, note stonate, edifici che ti spiazzano come il primo qui in basso:

Il traffico è incredibilmente congestionato e attraversare la strada arriva ad essere seriamente pericoloso; anche i marciapiedi vengono utilizzati come corsie extra! L’odore di smog è intenso, come in tante città in Asia, ma a me sorprende sempre.

La povertà è dilagante. Cumuli di pattumiera si affastellano progressivamente durante le ore del giorno per essere sgomberate di notte, lasciando scie maleodoranti sui “marciapiedi” per chi li percorrerà la mattina dopo. Questo accade ovunque.

Bambini scalzi o con scarpe molto più piccole dei loro piedi, 4 persone senza casco su un motorino (questo succede pure a Bari)… Insomma tante piccole e grandi cose che fanno riflettere.

Riflettendo riflettendo siamo arrivati al mercato centrale, un edificio iconico in città costruito dai francesi nel 1937, guardate queste foto storiche. Ragazzi, non so da dove iniziare. E’ uno spaccato della vita quotidiana della gente di qui. Ha una pianta a croce greca ed ogni braccio ha commerci specifici: alimentari, abbigliamento, tecnologia… e nel centro una cupola in calcestruzzo con punti vendita di gioielli. Tra i bracci costruiti ci sono all’esterno altri corridoi con mille altri settori, religiosamente suddivisi. Un’esplosione di odori e olezzi, giuro che ogni bancarella meritasse una foto. C’era cibo freschissimo, ancora vivo, appena ucciso, o bello che morto. Alcune delle bancarelle conservano i prodotti con il ghiaccio che si vende nel mercato stesso.

C’erano anche tantissime bancarelle con prodotti essiccati, essiccano la qualunque. Uno dei bracci esterni è dedicato alla ristorazione, acqua corrente non ce n’è quasi e lavano le stoviglie in bacinelle varie, alla gente non gliene frega niente e mangiano contenti.

Quando abbiamo visto un secondo mercato abbiamo capito perché questo lo chiamano “centrale”. Bancarelle non ce n’erano, c’erano delle specie di panchine con i venditori accovacciati tra i prodotti che vendevano, vivi e morti. I percorsi strettissimi con lo scolo di acqua e sangue nel mezzo. Credo che il mercato Ballarò di palermo potesse essere simile a questo cent’anni fa.

Un’immagine mi è rimasta impressa: una signora seduta a gambe incrociate, incorniciata letteralmente da galline vive starnazzanti, con una manciata di colli di galline spiumati in mezzo alle gambe. Mi sono vergognata di fotografarla e come lei tutti gli altri in questo mercato.

Poi abbiamo visto la prima pagoda del viaggio: Wat Phnom e imparato che di bastoncini di incenso ne devi mettere almeno tre per Buddha altrimenti nan si fatt nudd (no has hecho nà de nà). La verità vergognosa è che la cosa più significativa è stato un altare all’esterno che oltre all’immagine sacra aveva delle specie di bersagli luminosi verdi e rossi psichedelici.

Segue il lungofiume Tonle sap, un affluente del Mekong, marroncino come il Mekong. È una specie di parco lineare, la gente letteralmente ci vive, ho visto una lezione di aerobica fantastica.

Infine c’è stata la Wat Ounalom. Era chiusa la pagoda però era aperta l’area sacra, se così si chiama. Tutta l’area è urbanizzata, originariamente qui si alloggiavano solo i monaci(fino a 500), ad oggi ci sono anche case di nuova costruzione, un peccato.

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