Días 45-48: Koh Jum e le invasioni animali

Prologo:

Per chi non lo sapesse, anni fa io e Antonio vivevamo un bilocale in via Alonso Cano, la nostra prima casa insieme. Poco prima che mi trasferissi con lui il condomino del piano di sopra morì, e morì in casa nel mezzo della pattumiera che accumulava. Era un uomo solo e nessuno si accorse per giorni della sua dipartita dal mondo dei vivi. Queste tristi circostanze portarono ad una infestazione di scarafaggi in tutto l’edificio, erano O-VUN-QUE. Immaginate che Antonio dormiva sul divano, si cospargeva di insetticida e faceva il cerchio delle streghe intorno a sé. Sin da allora ho delle reazioni incontrollate e completamente irrazionali alla vista anche fosse di un solo scarafaggio.

I fatti:

Abbiamo cambiato isola, ora siamo a Koh Jum (seguono commenti e descrizione) e il nostro hotel è un “hotel diffuso” fatto di capanne di bambù e legno inerpicate su un crinale pieno di alberi. Sta il fatto che dopo una giornata di mare vado a farmi la doccia nel bagno del boungalow che sembra uscito da un film su Berlino est, però col tetto di bambù. “AAAAAH Antonio!!! Sono circondata!!!!” (uno scarafaggio sulla porta). Sopraggiunge scapicollandosi il principe azzurro, anche detto ammazza bacarozzi, il quale compie la missione per la quale era stato predestinato sin dalla nascita. Inizio ad insaponarmi e ne vedo un altro. Altro grido, altra corsa. Io nuda come mamma mi ha fatta, sull’uscio della porta, strofinandomi compulsivamente il bagnoschiuma addosso e piangendo le lacrime vere, quelle dei bambini, quelle grandi. Ho dovuto finire di farmi la doccia, piangendo piangendo per poi tuffarmi nel letto sotto la zanzariera.

Altri fatti:

Abbiamo avuto un’invasione di rane nel bungalow, una delle quali ho dovuto liberare con una scopa e un cesto: ci osservava troppo mentre eravamo in bagno. Avendo scoperto, con il passare dei giorni, che l’invasione di rane sarebbe stata quotidiana, abbiamo imparato a non farci troppo caso.

È assurdo pensare a quanto sia tranquilla e poco affollata quest’isola rispetto alle super famose qui intorno. Il mare è pulito, ci sono anche dei coralli e pesci colorati, la spiaggia è stupenda e la vegetazione è alta e frondosa. Gli hotel sono tutti nascosti tra gli alberi e non deturpano il panorama. Per arrivare qui siamo dovuti passare per Koh Phi Phi che sembrava Jersey Shore: tette rifatte, tamarri in canottiera, tatuaggi total body, occhiali da sole specchiati e capelli biondo platino. Ci saranno pure delle spiagge stupende ma saranno anche super affollate da questa fauna (che snob, al rileggerlo mi faccio rider da sola). Comunque, al contrario, quando siamo arrivati a Koh Jum, il 4×4-camioncino-taxi si è addentrato in un sentiero sconnesso e ci ha mollati sulla spiaggia dicendoci che l’hotel fosse un centinaio di metri a sinistra. Questo è quello che ci piace. 

Abbiamo anche preso un kayak con l’intenzione di percorrere la costa a nord dell’hotel ma un’improvvisa burrasca di vento ci ha confinati su una spiaggia (abbastanza vicina all’hotel) in cui siamo diventati delle crocchette umane e i nostri telefoni pure. Tra un kittemorto e l’altro e il malumore crescente siamo riusciti a tornare indietro abbastanza facilmente, nonostante avessimo solo un remo e mezzo (perché questi boungalow di buono c’hanno solo la posizione).

L’impresa kayak è stata ovviamente ripetuta, compiendo la missione e remando come forsennati perché il sole è calato mentre eravamo sulla strada del ritorno. Antonio ha detto che se continua così gli verranno le spalle come le mie, come dargli torto.

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